28/05/2012

Soccorsi inefficienti e saccheggi in uniforme

“Oggi la nave torpediniera Spica, da Marina di Nicotera, ha trasmesso alle ore 17,25 un telegramma in cui si dice che buona parte della città di Messina è distrutta. Vi sono molti morti e parecchie centinaia di case crollate. È spaventevole dover provvedere allo sgombero delle macerie, poiché i mezzi locali sono insufficienti. Urgono soccorsi, vettovagliamenti, assistenza ai feriti. Ogni aiuto è inadeguato alla gravità del disastro. Il comandante Passino è morto sotto le macerie”. Questa la comunicazione del ministro della Marina nel pomeriggio del 28 dicembre 1908. 

Già alle otto del mattino la torpediniera “Saffo”, ormeggiata insieme alla “Serpente”, alla “Scorpione”, alla “Spica” e all’incrociatore “Piemonte”, era riuscita a muoversi all’interno del porto. I primi marinai sbarcano nella città stravolta e danno inizio ai primi soccorsi. Oltre 400 persone, tra feriti e profughi, furono trasportate via mare a Milazzo. Interrotti i collegamenti radio-telegrafonici toccherà al tenente di vascello Belleni condurre la “Spica”, nonostante le condizioni del mare, per raggiungere Marina di Nicotera e trasmettere un dispaccio al Governo nazionale. 

Nella mattinata del 29, alla rada di Messina attraccano una squadra navale russa alla fonda ad Augusta e sei navi da guerra inglesi. I marinai imbarcano sfollati e feriti e partecipano ad azioni di salvataggio e di polizia. La divisione navale in navigazione nelle acque della Sardegna, composta dalle corazzate “Regina Margherita”, “Regina Elena”, “Vittorio Emanuele” e dall’incrociatore “Napoli” è richiamata nella città terremotata, ma arriva dopo i russi e gli inglesi e le navi italiane si ancorano solo in terza fila. 

Sull’incrociatore “Coatti” arriva a Messina il ministro dei Lavori Pubblici Piero Bertolini, mentre il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena partirono il 29 dicembre per Napoli e si imbarcarono quindi sulla “Vittorio Emanuele” per caricare a bordo cibo e medicine e raggiunsero la Sicilia solo all’alba del giorno seguente. 

Le navi da guerra furono trasformate in ospedali galleggianti e trasportarono i feriti a Napoli e negli ospedali di altre città costiere. Giunsero in città diversi reparti dell’esercito e i Carabinieri delle legioni di Bari e Palermo. Oltre ai feriti ed ai dispersi, i soccorritori si trovano di fronte la difficoltà dei numerosi incendi che continuarono ad ardere per parecchi giorni dopo l’evento calamitoso.

Unità da guerra spagnole, greche, francesi, tedesche e di altre Paesi raggiunsero Messina e Reggio per provvedere con i propri uomini a quanto necessario, distinguendosi peraltro nel corso delle azioni cui presero parte. In Italia, Croce Rossa e Ordine dei Cavalieri di Malta, ma anche comitati di soccorso si attivarono per la raccolta di denaro, cibo e vestiario. 

Arrivarono sullo Stretto squadre di volontari composte da medici, ingegneri, tecnici, operai, sacerdoti ed insegnanti per contribuire ciascuno per la propria parte all’attività di aiuto alla popolazione. L’esercito allestiva ospedali da campo fornendo personale medico e paramedico specialistico, che lavorò insieme ai volontari della Croce Verde, della Croce Bianca, delle organizzazioni umanitarie e degli ospedali civili. La Croce Rossa e l’Ordine dei Cavalieri di Malta attivarono de treni-ospedale per la cura dei feriti e del loro trasferimento in altre città per evitare il sovraffollamento delle strutture sanitarie locali.
Alle truppe giunte nell’immediatezza del disastro, si affiancarono altri contingenti militari per un totale di oltre 20 mila uomini dell’esercito, 12 mila dei quali attivi a Messina, mentre gli altri furono impegnati sull’altra sponda dello Stretto. Si unirono anche consistenti reparti dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza che svolsero funzioni di polizia e controllo del territorio.

Spegnere incendi, soccorrere i sopravvissuti, distribuire viveri, recuperare valori e documenti, ricercare feriti, trasportare materiali di costruzione, realizzare baracche e tendopoli, riattivare strade, acquedotti ed illuminazione pubblica, scavare fosse comuni e seppellire i morti. 

Questo almeno sulla carta. Perché in realtà, come si legge nelle cronache locali dell’epoca, esercito, carabinieri avevano come imperativo assoluto quello di difendere e proteggere soprattutto i caveau delle banche, a partire da quella d’Italia. Mentre per giorni e giorni le urla dei sopravvissuti ancora sotto le macerie risuonavano per l’intera città, invece di scavare soldati, poliziotti e carabinieri facevano la guardia ai tesori della città. E a guardare i registri postali dei giorni immediatamente successivi al terremoto, salta subito agli occhi come un numero spropositato di tutori dell’ordine venuti da fuori inviasse quotidianamente un gran numero di pacchi a casa. Ipotizzare che si trattasse di preziosi rubati da coloro che avrebbero dovuto proteggere i messinesi non è poi tanto improbabile. Non a caso, si parlò apertamente anche in Parlamento di “saccheggio monturato”. Poi, come sempre in Italia, ogni cosa fu messa a tacere. 

E per evitare il saccheggio di quanto abbandonato e disperso da parte di bande di sciacalli che scesero in città subito dopo il sisma, soldati, carabinieri e marinai furono impegnati anche in ronde notturne. Tra l’altro, probabilmente anche grazie al “contributo” degli stessi uomini in uniforme, il fenomeno ebbe una tale escalation che con decreti del 4 e del 7 gennaio 1909 fu persino proclamato lo stato d’assedio ed istituito un tribunale militare. Gli sciacalli in borghese furono fucilati secondo la pena prevista, quelli con le mostrine tornarono a casa senza problemi. Il decreto cessò nel febbraio 1909. 

Il lavoro dei soccorritori civili e militari fu esaltato dal re e dal Governo, mentre sulla stampa nazionale fu un fiorire di critiche. Dalle colonne del “Tempo” si attaccarono i Comandi militari per parziale incapacità nella gestione degli interventi di soccorso, confusione burocratica e ritardi nella distribuzione locale delle risorse, inefficienza e ritardi anche nelle azioni di recupero e riconoscimento delle salme. Altre critiche furono rivolte alla Marina italiana, giudicata meno tempestiva ed organizzata rispetto alle squadre navali straniere. Il “Giornale di Sicilia” lamentò la carente distribuzione di viveri e di generi di conforto e l’iper burocratizzazione nell’erogazione degli aiuti. Il ministro della Guerra Casana, dopo il dibattito parlamentare si recò nei territori terremotati a metà gennaio nel 1909 per difendere l’operato di esercito e marina. Fatica inutile, visto che dell’inettitudine dimostrata dal Governo nel gestire ed organizzare i soccorsi, la città serba ancora memoria.

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